Giandomenico Romanelli, 2003

Se sia lecito dire che Balest e la sua pittura si pongono oggettivamente ad una sorta di incrocio culturale e storico di cui finalmente s’intravvede – nella complessità – il disegno, allora lo diremo (e con piena convinzione).

E che una siffatta collocazione – che viene magistralmente evocata e suggerita da Lionello Puppi in questo catalogo chiamando per di più a testimoni quanti di Corrado Balest han saputo cogliere l’anima e le anime (Bepi Mazzariol e Neri Pozza su tutti) – trovi a Ca’ Pesaro una sorta di privilegiata epifania, aggiunge al piacere per l’opera esemplare d’un artista di gran vaglia, la convinzione che qui (a Ca’ Pesaro) più che altrove e meglio e più compiutamente che altrove proprio quella trama d’arte e di esperienza, di ricerche e di verifiche, offre i suoi riscontri ineludibili e incontestabili.

Oltre a tutto e proprio di fronte e a fianco delle esperienze altrui – anche le più sublimi e compiute – Balest risalta con l’originalità di una scrittura che sotto l’apparente leggibile e godibile “semplicità” rivela un esemplare percorso di ricerca fatto non meno e non più tanto per sottrazioni

che per confronti arditi e mai scontati e per originalissime e personali riletture (bastino quelle coltissime, irripetibili e consapevoli della linea che discende da Boecklin.)

Mostra gioiosa e solare, testimone d’una ricerca intatta e vitalissima e dinamicamente e giovanilmente tesa che Corrado pudicamente mimetizza nella sommessa elegante gentilezza del suo inconfondibile tratto umano e del suo invidia bile Understatement.

Molti hanno lavorato perché quest’impresa si compisse: i meriti e le responsabilità individuali (tutte positive, s’intende I) sono puntualmente enumerati nel colophon.

A me non rimane che dichiarare piena riconoscenza in termini affatto speciali per due maestri Ce per differenti e pur convergenti ragioni) Corrado e Lionello: li ringrazio anche a nome dell’Amministrazione cittadina.

Giandomenico Romanelli       Venezia, agosto 2003

Se sia lecito dire che Balest e la sua pittura si pongono oggettivamente ad una sorta di incrocio culturale e storico di cui finalmente s’intravvede – nella complessità – il disegno, allora lo diremo (e con piena convinzione).

E che una siffatta collocazione – che viene magistralmente evocata e suggerita da Lionello Puppi in questo catalogo chiamando per di più a testimoni quanti di Corrado Balest han saputo cogliere l’anima e le anime (Bepi Mazzariol e Neri Pozza su tutti) – trovi a Ca’ Pesaro una sorta di privilegiata epifania, aggiunge al piacere per l’opera esemplare d’un artista di gran vaglia, la convinzione che qui (a Ca’ Pesaro) più che altrove e meglio e più compiutamente che altrove proprio quella trama d’arte e di esperienza, di ricerche e di verifiche, offre i suoi riscontri ineludibili e incontestabili.

Oltre a tutto e proprio di fronte e a fianco delle esperienze altrui – anche le più sublimi e compiute – Balest risalta con l’originalità di una scrittura che sotto l’apparente leggibile e godibile “semplicità” rivela un esemplare percorso di ricerca fatto non meno e non più tanto per sottrazioni

che per confronti arditi e mai scontati e per originalissime e personali riletture (bastino quelle coltissime, irripetibili e consapevoli della linea che discende da Boecklin.)

Mostra gioiosa e solare, testimone d’una ricerca intatta e vitalissima e dinamicamente e giovanilmente tesa che Corrado pudicamente mimetizza nella sommessa elegante gentilezza del suo inconfondibile tratto umano e del suo invidia bile Understatement.

Molti hanno lavorato perché quest’impresa si compisse: i meriti e le responsabilità individuali (tutte positive, s’intende I) sono puntualmente enumerati nel colophon.

A me non rimane che dichiarare piena riconoscenza in termini affatto speciali per due maestri Ce per differenti e pur convergenti ragioni) Corrado e Lionello: li ringrazio anche a nome dell’Amministrazione cittadina.

Giandomenico Romanelli       Venezia, agosto 2003

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