Ugo Fasolo, 1965

Chi oggi debba affrontare l’impegno di comprendere e di valutare l’opera di un pittore quale Corrado Balest (e non soltanto di lui ma di qualsiasi altro artista che presenti un proprio lavoro compatto di coerenza e di risultati) avverte l’indispensabile esigenza di accertare dapprima gli strumenti per il giudizio, chiarendo per quanto possibile, alcuni fondamentali elementi più o meno confusi nel groviglio delle idee che dovunque ci frastornano.

Questa necessità di chiarezza preme e si fa urgente oggi che avvertiamo crescere intorno a noi un senso di incertezza e dì perplesso sgomento di fronte alla valutazione di un’opera d’arte ed esso va ormai investendo non solo gli artisti da tempo immersi in un timore di precarietà del loro travaglio, ma anche il pubblico a cui l’opera si rivolge.

Forse il solco della perplessità interiore tende ad approfondirsi dentro il nostro tempo nel tentativo di seguire e dar valore alle formulazioni estetiche che in questo dopoguerra con ritmo sempre più frequente sorgono, emergono, gridano, vengono sommerse, mutano volto senza soffermarsi. Nell’intento di avvalorare la loro posizione che, avviata al silenzio vorrebbe sopravvivere, si costruiscono giustificazioni, nuovi argomenti, sofismi atti a legittimare l’avverarsi dei raffinati tentativi che, dalla pop-art all’anonimia dei lavori di gruppo, possono concorrere tutt’al più a una vasta indagine espressiva. L’ipotesi interpretativa dell’astrattismo ha lasciato il posto al tentativo di caricare il peso dell’impegno estetico sul gioco della particolarità degradata a materia e a trovata tecnologica.

Un tempo il gesto polemico cubista, dada, futurista, poteva anche significare una rottura, una ribellione; oggi anche il moto polemico tace, non ha più esistenza giustificata da un consistente bersaglio. La separazione sempre più definitiva tra le pseudo-nuove espressioni figurative e le esigenze latenti o palesi dell’uomo d’oggi, è divenuta ormai lacerazione accettata.

Il giro degli odierni moti artistici avviato dai gruppi di potere a base mercantile e da questi agitato, rimane accolto da una ristretta cerchia in cui la rottura dell’elemento umano è stata facile per la più fragile consistenza dei valori interiori. Tuttavia la discriminazione continua che da anni viene diffusa dai critici sorretti dalla vasta organizzazione economica, e il ben orchestrato richiamo verso i tentativi di una espressione fine a se stessa, sono riusciti a distogliere anche l’attenzione di gran parte del pubblico dalla ricerca dei veri valori figurativi che nel ritmo dei loro rapporti rispondano all’anelito pro- fondo dell’uomo.

Il continuo martellare degli assiomi pubblicitari, di insistenti pressioni, è riuscito nell’intento di insinuare ovunque l’incertezza nella validità di ogni concetto ancorato all’uomo interiore con l’ipotesi dubitativa di un presunto divenire di un altro linguaggio e di un’altra sintassi della realtà.

Oggi il turbamento è un fatto che solo lentamente accenna a risolversi nell’atto quasi irragionevole del rifiuto a un colloquio che intenda distruggere la profonda essenza della verità umana confermata nei millenni e presente in ogni mutazione (non modificazione per cause esterne) che perduri ancora valida alla nostra richiesta. Il risultato dominante di questa situazione è quel senso di intima perplessità non solo sentimentale, ma assai più profonda, razionale e morale, che si insinua alle radici della nostra coscienza e ci fa dubitare di tutto e perfino della natura della nostra stessa esistenza. Il fatto che l’arte, essenzialmente prodotto dell’uomo per l’uomo, tenda ora a giustificare nella ricerca materica la sua ragione d’essere in una dispersione di contrastanti direzioni, affonda dentro di noi un’apprensione che sente tutt’intorno il senso del deserto dove non esiste appoggio valido, ne appaiono possibilità certe di approvvigionamento e di sosta.

Gli spiriti migliori stringono i denti, consultano i poli naturali del moto del sole e proseguono; il loro è quasi un atto di fede che porta con sé rinunce e sacrifici. Ma quanti seguono il proprio dettato senza intrusioni? È faticoso e difficile; i più si abbandonano alla corrente e per salvare almeno verso se stessi l’aspetto di una propria coerenza, si convincono della legittimità, almeno parziale, dei nuovi postulati e li accettano, per soccombere in seguito quando la loro autentica natura voglia sottrarsi alla cifra più o meno imposta oppure la cifra stessa sarà rapidamente declinata. Nel nostro tempo ogni artista deve affrontare inizialmente una scelta determinante: indirizzare la propria arte ad esprimere un mondo che egli abbia intravvisto oppure addentrarsi nelle ricerche espressive, di solito fine a se stesse, le sole che richiamino l’interesse della critica concertata. La scelta non è facile perché è noto che gli artisti, i quali rifiutano l’adesione alle scuole imperanti, debbono rinunciare ad una rapida affermazione ufficiale (cui consegue parimenti un beneficio economico sensibile). Essi dovranno faticare passo a passo l’acquisto del riconoscimento meritato dal proprio lavoro.

Tutti sanno che il facile successo alla fine è negativo per lo sviluppo e l’approfondimento del mondo proprio dell’artista, ma non è agevole la rinuncia a posizioni tipiche che possono dare pronti vantaggi anche se brevi ed anche se ciò costerà all’artista l’impoverimento dei mezzi e delle possibili vie di scavo della realtà.

Se l’interesse dell’apparato critico in possesso delle forze di persuasione pubblica accentua l’attenzione alle novità più o meno classificabili e alla differenziazione dei mezzi adoperati, l’artista che opera seguendo l’interiore esigenza d’esprimere un proprio mondo non spinge mai la propria espressione su vie eccentriche fine a se stesse, e nemmeno si concede a compromessi che falsino o attenuino il rapporto fra il proprio mondo e l’universale. Egli sarà quindi estraneo alla gara di chi grida con l’intento di soverchiare altre voci per attirare su di sé l’altrui attenzione.

Corrado Balest ha compiuto la sua scelta, egli sa che oggi, per veramente salvarsi, ciascuno deve contare sulle proprie forze e agire quasi compiendo un atto di fede nella validità della propria decisione. La nostra ragione, l’ascolto delle nostre più profonde esigenze ci rassicurano che non bastano cinquant’anni di distruzioni e di tentativi eversori per annullare la lezione di millenni dove il « se stesso », anche se disorientato e al fondo turbato da linguaggi ed espressioni diverse, può ritrovare i dati immutabili dell’uomo, il ritmo del tempo interiore che nessuna alienazione collettiva o tecnologica potrà distruggere a patto di non annientare la stessa esistenza del- l’uomo.

Corrado Balest sa di dover contare sulle proprie forze, crede nella pittura quale « invenzione » di forme e di rapporti universali che s’addentrano nelle radici dell’apparente per attingerne la realtà. Il suo intento non è mai venuto meno: oggi la sua arte mostra un punto di raggiungimento in cui si avvalorano le fatiche del percorso e i coerenti orientamenti seguiti di tappa in tappa senza soluzione di continuità.

Dalla prima doverosa informazione scolastica già affrontata con uno sguardo tutto proprio, all’iniziale sua ricerca dell’espressione confacente al mondo interiore mosso da una scoperta sollecitazione lirica, il Balest era dapprima approdato a una astratta luminosità rigorosa di geometrie, dove la fermezza delle forme si imbeveva di una luce diffusa che dava corpo pittorico all’intima illuminazione poetica nella quale prendevano rilievo i suggerimenti delle naturali figurazioni d’elementi semplici, sciolti dalle finalità fisiche, per una maggior purezza di rapporti. Era avvertibile allora l’attenzione anche intellettuale dell’artista verso espressioni d’altri maestri e di nuove esigenze, ma le une e le altre venivano appena accolte per quanto esse potevano assecondare la propria esigenza.

Nelle mostre di Venezia e di Padova del 1954, Corrado Balest si rivela artista che ha superato il periodo preparatorio e presenta le valide credenziali della propria autenticità. Già in quell’epoca nella sua opera appaiono evidenti alcune caratteristiche fondamentali che si affermeranno in seguito pur evolvendo su altre e più complesse strade e in più dense figurazioni. La fermezza dei volumi suggeriti e fissati dalla luce nella tonalità luminosa ambientale (e un’attenzione spontanea alla scuola metafisica è evidente) si muterà poi in un eguale rigore plastico costruito con elementi cromatici sempre più influenti nel gioco dei rapporti; ma rimarrà sempre la caratterizzazione tonale di una vigile quiete interiore che sotto alcuni aspetti ricorda la lezione morandiana. D’altronde proprio tale lezione è presente nel costante definire il fattore volume anche quando tale costanza sembra attenuarsi nell’intensità della trepidazione cromatica. Con l’intervento della conoscenza dell’ombra come nucleo interiore degli oggetti e l’approfondimento delle sue possibilità di denso tessuto armonico per le modulazioni cromatiche, egli procederà sempre più acutamente nella meditazione delle sue « nature morte », nella costruzione silenziosa dei suoi « paesaggi » che richiedono per svelarsi un animo attento come l’amore che li ha composti. In questo suo atteggiamento così nettamente in contrasto con le rotture e le violenze della parte più fragorosa della tendenza attuale, Corrado Balest rifiuta la gara degli squillanti imbonimenti e la conseguente affannosa ricerca di mostrarsi sempre in situazione di mutamento e di crisi qualunque sia il pretesto. Ma anche egli sa l’equivalenza negativa dell’indiscriminato e vanaglorioso rifiuto poiché gli è noto come sulla strada certa della pittura moderna vi siano stati e siano presenti anche valori che non declineranno facilmente. Infatti da Ardengo Soffici, al quale ebbe modo di star vicino durante un periodo della sua iniziale formazione, egli imparerà il rispetto e l’umiltà necessaria per penetrare e capire profondamente il fatto naturale e i suoi aspetti. Una lezione consona al modo di sentire e all’atteggiamento di Balest di fronte all’oggetto, sia esso un paesaggio, una figura o una composizione predisposta; atteggiamento tuttora attivo in lui, e modulato secondo la propria natura e le proprie predilezioni, in funzione della diversa importanza che la musicalità coloristica assume nella sua espressione a differenza del maestro toscano. Con l’evolversi e il maturare delle possibilità espressive al fine di far corrispondere i risultati all’« invenzione » interiore, le caratteristiche del fare, connesse alle radici sotterranee del proprio esistere, si precisano sempre più, palesando inequivocabilmente nell’espressione autentica (anche nel senso esistenziale del termine) la coerenza degli elementi costitutivi della singola fisionomia.

Questo è avvenuto anche per l’arte di Corrado Balest in cui le prime importanti influenze accettate, la morandiana e la sofficiana (dato che i suggerimenti della sensibilità di un Semeghini non oltrepassarono mai la superficie) modificano la loro presenza in elementi di un impegno base col prevalere delle due tendenze insite nella natura veneta dell’artista, la tendenza lirica e l’evoluzione in chiave coloristica del suo linguaggio. Con questo il Balest rientra in pieno, pur con l’attenzione e la sensibilità d’oggi, nella strada maestra della pittura veneta e ciò, alla fine, è una riprova, sia pure marginale, dell’autenticità della sua opera.

Dalla prima diffusione in toni luminosi d’atmosfera in cui si delineavano le rarefatte figurazioni, all’emergere della forma colore dalle risonanze dell’ombra, la direzione principale del suo dire non è mutata e nemmeno si è scomposta. La luce intensa per sua natura tende ad estenuare la modulazione cromatica, perciò l’esigenza dell’espressione coloristica doveva liberarsene perché il colore potesse diventare luce senza esserne corroso; estraendolo quindi da una luminosità moderata o da un’ombra luminosa. In questa necessità sta forse anche la causa più evidente dell’amore per la luce di tonalità serali che predomina in tutta la grande scuola veneta. Il raggiungimento della forma espressiva e la consapevolezza della sua sintassi realizza pittoricamente il moto lirico che anima la sollecitazione interiore di Balest e più che nei « paesaggi » e nelle « figure » in cui l’elemento descrittivo con la sua presenza può distrarre l’attenzione dall’elemento pittorico puro, appare chiaramente nelle sue « nature morte ». Di fronte ad esse la libertà di chi guarda è maggiore e meglio individua l’emergere del colore dall’ombra a dar forma e corpo concreto agli oggetti-pretesto, componendosi secondo ritmi talora staticamente disposti, tal altra mossi da suggestioni variate di spazi e da illuminazioni d’improvvisi riflessi. Non diversamente, entro i confini delimitati della tela, si attua anche il « paesaggio » dove la diversità del suggerimento oggettivo e la più vasta circolazione luminosa intervengono nella formulazione dei fattori volumetrici e cromatici della composizione. Ma il gusto, l’amore per i vibranti grigi di modulate tonalità, il modo d’essere del colore intriso di risonanze, danno al paesaggio di Balest un’intenta pensosità quasi umana, di cui assume il senso sofferto e misterioso con la ricchezza dei segni della vita, siano pure cicatriziali, come si rivelano nella densità cromatica dei suoi « Casali » o nelle mura delle sue « Venezie » delle quali sa cogliere l’aspetto della città più intriso di anni e di faticata umanità, precisandone le risonanze poetiche e vive.

Il moto lirico della sua emozione è indubbiamente di tendenza elegiaca che è il tono proprio della riflessione armoniosa e questo gli fa preferire gli accordi apparentemente sommessi anche se intensi, espressi con voce calma e sicura che ad un’aperta attenzione rivela la propria trattenuta forza e la complessità della sua quiete. Anche la scelta dell’oggetto da rappresentare può essere significativa per una preferenza interiore; da ciò l’esclusione, nella sua scelta, di tutto ciò che possa apparire omaggio all’aulico pomposo, alla bellezza troppo evidente e convenzionale; egli opta invece per figurazioni desuete o neglette dai più, dove il lavoro di approfondimento possa donare la sottile gioia dell’insospettata rivelazione di complessa ricchezza armoniosa.

L’atteggiamento non muta nemmeno di fronte alla « figura ». Anche nei « Ritratti » l’obbligatorio legame con chi gli sta davanti, non vuole cedere alla facile lusinga dell’adulazione desiderata, anzi, quasi per contrapposto, l’artista tende alla ricerca delle caratteristiche intime minori o celate, per un’opera di demitizzazione che a volte sembra amaramente godere del proprio gioco. Ma tutto viene risolto nell’impegno e nel risultato pittorico rivelatore dell’acutezza delle notazioni descrittive per la definizione del personaggio. Di fronte a questo procedimento vien fatto di pensare al suggerimento espressionista se non fosse che la messa a punto dei volumi e la definitiva coerenza in equilibrio di tutti gli elementi, restaurano un senso di conclusa compiutezza.

Non vi può essere dubbio che, nonostante il limite quantitativo conseguente all’età dell’artista, l’opera di Corrado Balest si presenti ormai con una struttura d’autenticità che regge ad ogni analisi critica condotta obbiettivamente e quindi fuori d’ogni preclusione dogmatica. Quanto ancora la sua arte possa dilatare e approfondire il proprio impegno, su quali vie e verso quali direzioni potrà successivamente orientarsi, ciò non è parere che possa andar oltre l’opinabile. Tuttavia possiamo, dall’esame della sua evoluzione e dei suoi risultati, essere certi della fedeltà alle esigenze interiori e così della sua coerenza perché situate nell’autenticità della propria natura. Le difficoltà che finora gli si sono opposte non lo hanno fatto deviare: se vi può essere un pericolo esso è semmai, con il persistere delle difficoltà, di un irrigidimento polemico contro alcune forme della vita attuale, così che in blocco egli ne rifiuti anche i problemi reali. Non riteniamo però che ci si possa preoccupare di questo: la sua opera nell’evoluzione del proprio linguaggio dimostra l’attenzione ai fatti vivi e le sue possibilità d’accoglimento. In sostanza l’opera di Corrado Balest può oggi rappresentare una soluzione valida dell’altrimenti inestricabile nodo di perplessità che ci ha resi sgomenti di fronte al continuo rincorrersi e distruggersi in breve tempo dei tentativi di novità volta a volta esaltati e subito dimenticati. Balest ci conferma che l’artista vero deve contare solo sulle proprie forze; oggi come non mai, deve cercare da sé e in sé il terreno saldo su cui procedere. Chi vale, deve sapersi fidare della propria misura, nelle sue esigenze vive e sempre attuali quando non tema il proprio tempo e sappia operare in esso senza rinnegarsi.

 

Chi oggi debba affrontare l’impegno di comprendere e di valutare l’opera di un pittore quale Corrado Balest (e non soltanto di lui ma di qualsiasi altro artista che presenti un proprio lavoro compatto di coerenza e di risultati) avverte l’indispensabile esigenza di accertare dapprima gli strumenti per il giudizio, chiarendo per quanto possibile, alcuni fondamentali elementi più o meno confusi nel groviglio delle idee che dovunque ci frastornano.

Questa necessità di chiarezza preme e si fa urgente oggi che avvertiamo crescere intorno a noi un senso di incertezza e dì perplesso sgomento di fronte alla valutazione di un’opera d’arte ed esso va ormai investendo non solo gli artisti da tempo immersi in un timore di precarietà del loro travaglio, ma anche il pubblico a cui l’opera si rivolge.

Forse il solco della perplessità interiore tende ad approfondirsi dentro il nostro tempo nel tentativo di seguire e dar valore alle formulazioni estetiche che in questo dopoguerra con ritmo sempre più frequente sorgono, emergono, gridano, vengono sommerse, mutano volto senza soffermarsi. Nell’intento di avvalorare la loro posizione che, avviata al silenzio vorrebbe sopravvivere, si costruiscono giustificazioni, nuovi argomenti, sofismi atti a legittimare l’avverarsi dei raffinati tentativi che, dalla pop-art all’anonimia dei lavori di gruppo, possono concorrere tutt’al più a una vasta indagine espressiva. L’ipotesi interpretativa dell’astrattismo ha lasciato il posto al tentativo di caricare il peso dell’impegno estetico sul gioco della particolarità degradata a materia e a trovata tecnologica.

Un tempo il gesto polemico cubista, dada, futurista, poteva anche significare una rottura, una ribellione; oggi anche il moto polemico tace, non ha più esistenza giustificata da un consistente bersaglio. La separazione sempre più definitiva tra le pseudo-nuove espressioni figurative e le esigenze latenti o palesi dell’uomo d’oggi, è divenuta ormai lacerazione accettata.

Il giro degli odierni moti artistici avviato dai gruppi di potere a base mercantile e da questi agitato, rimane accolto da una ristretta cerchia in cui la rottura dell’elemento umano è stata facile per la più fragile consistenza dei valori interiori. Tuttavia la discriminazione continua che da anni viene diffusa dai critici sorretti dalla vasta organizzazione economica, e il ben orchestrato richiamo verso i tentativi di una espressione fine a se stessa, sono riusciti a distogliere anche l’attenzione di gran parte del pubblico dalla ricerca dei veri valori figurativi che nel ritmo dei loro rapporti rispondano all’anelito pro- fondo dell’uomo.

Il continuo martellare degli assiomi pubblicitari, di insistenti pressioni, è riuscito nell’intento di insinuare ovunque l’incertezza nella validità di ogni concetto ancorato all’uomo interiore con l’ipotesi dubitativa di un presunto divenire di un altro linguaggio e di un’altra sintassi della realtà.

Oggi il turbamento è un fatto che solo lentamente accenna a risolversi nell’atto quasi irragionevole del rifiuto a un colloquio che intenda distruggere la profonda essenza della verità umana confermata nei millenni e presente in ogni mutazione (non modificazione per cause esterne) che perduri ancora valida alla nostra richiesta. Il risultato dominante di questa situazione è quel senso di intima perplessità non solo sentimentale, ma assai più profonda, razionale e morale, che si insinua alle radici della nostra coscienza e ci fa dubitare di tutto e perfino della natura della nostra stessa esistenza. Il fatto che l’arte, essenzialmente prodotto dell’uomo per l’uomo, tenda ora a giustificare nella ricerca materica la sua ragione d’essere in una dispersione di contrastanti direzioni, affonda dentro di noi un’apprensione che sente tutt’intorno il senso del deserto dove non esiste appoggio valido, ne appaiono possibilità certe di approvvigionamento e di sosta.

Gli spiriti migliori stringono i denti, consultano i poli naturali del moto del sole e proseguono; il loro è quasi un atto di fede che porta con sé rinunce e sacrifici. Ma quanti seguono il proprio dettato senza intrusioni? È faticoso e difficile; i più si abbandonano alla corrente e per salvare almeno verso se stessi l’aspetto di una propria coerenza, si convincono della legittimità, almeno parziale, dei nuovi postulati e li accettano, per soccombere in seguito quando la loro autentica natura voglia sottrarsi alla cifra più o meno imposta oppure la cifra stessa sarà rapidamente declinata. Nel nostro tempo ogni artista deve affrontare inizialmente una scelta determinante: indirizzare la propria arte ad esprimere un mondo che egli abbia intravvisto oppure addentrarsi nelle ricerche espressive, di solito fine a se stesse, le sole che richiamino l’interesse della critica concertata. La scelta non è facile perché è noto che gli artisti, i quali rifiutano l’adesione alle scuole imperanti, debbono rinunciare ad una rapida affermazione ufficiale (cui consegue parimenti un beneficio economico sensibile). Essi dovranno faticare passo a passo l’acquisto del riconoscimento meritato dal proprio lavoro.

Tutti sanno che il facile successo alla fine è negativo per lo sviluppo e l’approfondimento del mondo proprio dell’artista, ma non è agevole la rinuncia a posizioni tipiche che possono dare pronti vantaggi anche se brevi ed anche se ciò costerà all’artista l’impoverimento dei mezzi e delle possibili vie di scavo della realtà.

Se l’interesse dell’apparato critico in possesso delle forze di persuasione pubblica accentua l’attenzione alle novità più o meno classificabili e alla differenziazione dei mezzi adoperati, l’artista che opera seguendo l’interiore esigenza d’esprimere un proprio mondo non spinge mai la propria espressione su vie eccentriche fine a se stesse, e nemmeno si concede a compromessi che falsino o attenuino il rapporto fra il proprio mondo e l’universale. Egli sarà quindi estraneo alla gara di chi grida con l’intento di soverchiare altre voci per attirare su di sé l’altrui attenzione.

Corrado Balest ha compiuto la sua scelta, egli sa che oggi, per veramente salvarsi, ciascuno deve contare sulle proprie forze e agire quasi compiendo un atto di fede nella validità della propria decisione. La nostra ragione, l’ascolto delle nostre più profonde esigenze ci rassicurano che non bastano cinquant’anni di distruzioni e di tentativi eversori per annullare la lezione di millenni dove il « se stesso », anche se disorientato e al fondo turbato da linguaggi ed espressioni diverse, può ritrovare i dati immutabili dell’uomo, il ritmo del tempo interiore che nessuna alienazione collettiva o tecnologica potrà distruggere a patto di non annientare la stessa esistenza del- l’uomo.

Corrado Balest sa di dover contare sulle proprie forze, crede nella pittura quale « invenzione » di forme e di rapporti universali che s’addentrano nelle radici dell’apparente per attingerne la realtà. Il suo intento non è mai venuto meno: oggi la sua arte mostra un punto di raggiungimento in cui si avvalorano le fatiche del percorso e i coerenti orientamenti seguiti di tappa in tappa senza soluzione di continuità.

Dalla prima doverosa informazione scolastica già affrontata con uno sguardo tutto proprio, all’iniziale sua ricerca dell’espressione confacente al mondo interiore mosso da una scoperta sollecitazione lirica, il Balest era dapprima approdato a una astratta luminosità rigorosa di geometrie, dove la fermezza delle forme si imbeveva di una luce diffusa che dava corpo pittorico all’intima illuminazione poetica nella quale prendevano rilievo i suggerimenti delle naturali figurazioni d’elementi semplici, sciolti dalle finalità fisiche, per una maggior purezza di rapporti. Era avvertibile allora l’attenzione anche intellettuale dell’artista verso espressioni d’altri maestri e di nuove esigenze, ma le une e le altre venivano appena accolte per quanto esse potevano assecondare la propria esigenza.

Nelle mostre di Venezia e di Padova del 1954, Corrado Balest si rivela artista che ha superato il periodo preparatorio e presenta le valide credenziali della propria autenticità. Già in quell’epoca nella sua opera appaiono evidenti alcune caratteristiche fondamentali che si affermeranno in seguito pur evolvendo su altre e più complesse strade e in più dense figurazioni. La fermezza dei volumi suggeriti e fissati dalla luce nella tonalità luminosa ambientale (e un’attenzione spontanea alla scuola metafisica è evidente) si muterà poi in un eguale rigore plastico costruito con elementi cromatici sempre più influenti nel gioco dei rapporti; ma rimarrà sempre la caratterizzazione tonale di una vigile quiete interiore che sotto alcuni aspetti ricorda la lezione morandiana. D’altronde proprio tale lezione è presente nel costante definire il fattore volume anche quando tale costanza sembra attenuarsi nell’intensità della trepidazione cromatica. Con l’intervento della conoscenza dell’ombra come nucleo interiore degli oggetti e l’approfondimento delle sue possibilità di denso tessuto armonico per le modulazioni cromatiche, egli procederà sempre più acutamente nella meditazione delle sue « nature morte », nella costruzione silenziosa dei suoi « paesaggi » che richiedono per svelarsi un animo attento come l’amore che li ha composti. In questo suo atteggiamento così nettamente in contrasto con le rotture e le violenze della parte più fragorosa della tendenza attuale, Corrado Balest rifiuta la gara degli squillanti imbonimenti e la conseguente affannosa ricerca di mostrarsi sempre in situazione di mutamento e di crisi qualunque sia il pretesto. Ma anche egli sa l’equivalenza negativa dell’indiscriminato e vanaglorioso rifiuto poiché gli è noto come sulla strada certa della pittura moderna vi siano stati e siano presenti anche valori che non declineranno facilmente. Infatti da Ardengo Soffici, al quale ebbe modo di star vicino durante un periodo della sua iniziale formazione, egli imparerà il rispetto e l’umiltà necessaria per penetrare e capire profondamente il fatto naturale e i suoi aspetti. Una lezione consona al modo di sentire e all’atteggiamento di Balest di fronte all’oggetto, sia esso un paesaggio, una figura o una composizione predisposta; atteggiamento tuttora attivo in lui, e modulato secondo la propria natura e le proprie predilezioni, in funzione della diversa importanza che la musicalità coloristica assume nella sua espressione a differenza del maestro toscano. Con l’evolversi e il maturare delle possibilità espressive al fine di far corrispondere i risultati all’« invenzione » interiore, le caratteristiche del fare, connesse alle radici sotterranee del proprio esistere, si precisano sempre più, palesando inequivocabilmente nell’espressione autentica (anche nel senso esistenziale del termine) la coerenza degli elementi costitutivi della singola fisionomia.

Questo è avvenuto anche per l’arte di Corrado Balest in cui le prime importanti influenze accettate, la morandiana e la sofficiana (dato che i suggerimenti della sensibilità di un Semeghini non oltrepassarono mai la superficie) modificano la loro presenza in elementi di un impegno base col prevalere delle due tendenze insite nella natura veneta dell’artista, la tendenza lirica e l’evoluzione in chiave coloristica del suo linguaggio. Con questo il Balest rientra in pieno, pur con l’attenzione e la sensibilità d’oggi, nella strada maestra della pittura veneta e ciò, alla fine, è una riprova, sia pure marginale, dell’autenticità della sua opera.

Dalla prima diffusione in toni luminosi d’atmosfera in cui si delineavano le rarefatte figurazioni, all’emergere della forma colore dalle risonanze dell’ombra, la direzione principale del suo dire non è mutata e nemmeno si è scomposta. La luce intensa per sua natura tende ad estenuare la modulazione cromatica, perciò l’esigenza dell’espressione coloristica doveva liberarsene perché il colore potesse diventare luce senza esserne corroso; estraendolo quindi da una luminosità moderata o da un’ombra luminosa. In questa necessità sta forse anche la causa più evidente dell’amore per la luce di tonalità serali che predomina in tutta la grande scuola veneta. Il raggiungimento della forma espressiva e la consapevolezza della sua sintassi realizza pittoricamente il moto lirico che anima la sollecitazione interiore di Balest e più che nei « paesaggi » e nelle « figure » in cui l’elemento descrittivo con la sua presenza può distrarre l’attenzione dall’elemento pittorico puro, appare chiaramente nelle sue « nature morte ». Di fronte ad esse la libertà di chi guarda è maggiore e meglio individua l’emergere del colore dall’ombra a dar forma e corpo concreto agli oggetti-pretesto, componendosi secondo ritmi talora staticamente disposti, tal altra mossi da suggestioni variate di spazi e da illuminazioni d’improvvisi riflessi. Non diversamente, entro i confini delimitati della tela, si attua anche il « paesaggio » dove la diversità del suggerimento oggettivo e la più vasta circolazione luminosa intervengono nella formulazione dei fattori volumetrici e cromatici della composizione. Ma il gusto, l’amore per i vibranti grigi di modulate tonalità, il modo d’essere del colore intriso di risonanze, danno al paesaggio di Balest un’intenta pensosità quasi umana, di cui assume il senso sofferto e misterioso con la ricchezza dei segni della vita, siano pure cicatriziali, come si rivelano nella densità cromatica dei suoi « Casali » o nelle mura delle sue « Venezie » delle quali sa cogliere l’aspetto della città più intriso di anni e di faticata umanità, precisandone le risonanze poetiche e vive.

Il moto lirico della sua emozione è indubbiamente di tendenza elegiaca che è il tono proprio della riflessione armoniosa e questo gli fa preferire gli accordi apparentemente sommessi anche se intensi, espressi con voce calma e sicura che ad un’aperta attenzione rivela la propria trattenuta forza e la complessità della sua quiete. Anche la scelta dell’oggetto da rappresentare può essere significativa per una preferenza interiore; da ciò l’esclusione, nella sua scelta, di tutto ciò che possa apparire omaggio all’aulico pomposo, alla bellezza troppo evidente e convenzionale; egli opta invece per figurazioni desuete o neglette dai più, dove il lavoro di approfondimento possa donare la sottile gioia dell’insospettata rivelazione di complessa ricchezza armoniosa.

L’atteggiamento non muta nemmeno di fronte alla « figura ». Anche nei « Ritratti » l’obbligatorio legame con chi gli sta davanti, non vuole cedere alla facile lusinga dell’adulazione desiderata, anzi, quasi per contrapposto, l’artista tende alla ricerca delle caratteristiche intime minori o celate, per un’opera di demitizzazione che a volte sembra amaramente godere del proprio gioco. Ma tutto viene risolto nell’impegno e nel risultato pittorico rivelatore dell’acutezza delle notazioni descrittive per la definizione del personaggio. Di fronte a questo procedimento vien fatto di pensare al suggerimento espressionista se non fosse che la messa a punto dei volumi e la definitiva coerenza in equilibrio di tutti gli elementi, restaurano un senso di conclusa compiutezza.

Non vi può essere dubbio che, nonostante il limite quantitativo conseguente all’età dell’artista, l’opera di Corrado Balest si presenti ormai con una struttura d’autenticità che regge ad ogni analisi critica condotta obbiettivamente e quindi fuori d’ogni preclusione dogmatica. Quanto ancora la sua arte possa dilatare e approfondire il proprio impegno, su quali vie e verso quali direzioni potrà successivamente orientarsi, ciò non è parere che possa andar oltre l’opinabile. Tuttavia possiamo, dall’esame della sua evoluzione e dei suoi risultati, essere certi della fedeltà alle esigenze interiori e così della sua coerenza perché situate nell’autenticità della propria natura. Le difficoltà che finora gli si sono opposte non lo hanno fatto deviare: se vi può essere un pericolo esso è semmai, con il persistere delle difficoltà, di un irrigidimento polemico contro alcune forme della vita attuale, così che in blocco egli ne rifiuti anche i problemi reali. Non riteniamo però che ci si possa preoccupare di questo: la sua opera nell’evoluzione del proprio linguaggio dimostra l’attenzione ai fatti vivi e le sue possibilità d’accoglimento. In sostanza l’opera di Corrado Balest può oggi rappresentare una soluzione valida dell’altrimenti inestricabile nodo di perplessità che ci ha resi sgomenti di fronte al continuo rincorrersi e distruggersi in breve tempo dei tentativi di novità volta a volta esaltati e subito dimenticati. Balest ci conferma che l’artista vero deve contare solo sulle proprie forze; oggi come non mai, deve cercare da sé e in sé il terreno saldo su cui procedere. Chi vale, deve sapersi fidare della propria misura, nelle sue esigenze vive e sempre attuali quando non tema il proprio tempo e sappia operare in esso senza rinnegarsi.

 

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